Vetro rotto, sofismi e spesa pubblica

Paolo Pamini

I politici affermano spesso che la spesa pubblica genera un circolo economico virtuoso. Nulla di più errato.

Troppo spesso, anzi sempre, ci sentiamo ripetere dai nostri politici la teoria dell'indotto. Quando lo Stato spende, sarebbe capace di innestare una catena di transazioni che generano benessere diffuso. Nulla di più errato.

La spiegazione più semplice ed illuminante la scrisse nel 1850 il geniale economista liberista francese Frédéric Bastiat in un piccolo libro intitolato Ce qu'on voit et ce qu'on ne voit pas, contenente ben dodici parabole dove solo in apparenza vi era un aumento di benessere. Il primo esempio, e più famoso, è la parabola de La vitre cassée.1

Mentre gioca (magari a pallone, sognandosi già ai prossimi mondiali…), il figlioletto di Jacques Bonhomme rompe la finestra di casa. Bonhomme va su tutte le furie, perché dovrà spendere ben 1.000 franchi per sostituirla. Tuttavia il suo vicino di casa, un noto economista keynesiano ante litteram, gli dice di vedere l'aspetto positivo della cosa: prima di tutto il vetraio benedirà il discolo che gli ha dato del nuovo lavoro, ma poi il vetraio spenderà a sua volta i 1.000 franchi, per esempio comprandosi scarpe e vestiti nuovi, il calzolaio potrà così a sua volta spendere, per esempio comprando dei fiori per sua moglie, il fiorista poi comprerà una bistecca, il macellaio un libro, il libraio una birra, ecc. Nel complesso pertanto, spiega abilmente il vicino di Bonhomme, la disgrazia della vitre cassée mette in realtà in moto un circolo economico virtuoso, il cosiddetto indotto per l'appunto. Questo è quanto si vede.

Tuttavia è pure vero che se il figlioletto non avesse rotto la finestra, Bonhomme avrebbe potuto spendere altrove i suoi 1.000 franchi, per esempio comprando un mobile, parimenti innescando un indotto simile a quello precedente, semplicemente altrove. Anche qualora Bonhomme avesse risparmiato i suoi 1.000 franchi, essi sarebbero stati prestati contro interesse a qualcuno che ne aveva bisogno per investimenti, pertanto pure innescando un indotto. Questo è quanto non si vede.

Va da sé che tra i due indotti, il secondo genera necessariamente più benessere, perché non comporta la spesa nei confronti del vetraio, una scelta che Bonhomme non avrebbe preso in assenza dell'incidente. Infatti solo Bonhomme sa spendere i suoi sudati soldi nel modo che più lo gratifica. Inoltre, rispetto al primo caso, nel secondo abbiamo una finestra intatta e non ci siamo prodigati semplicemente per sostituirla. L'economia è realmente cresciuta nel secondo caso perché è probabile l'accumulo di capitale (alla finestra si aggiunge il mobile di Bonhomme).

Quando ci propongono l'idea che la spesa statale è positiva perché genera un indotto, o peggio ancora che lo sono pure una guerra o un cataclisma perché poi seguono i lavori di ricostruzione2, rispondiamo subito “Non è vero! Questo è semplicemente quanto si vede”. Proprio come le guerre o i cataclismi, anche la tassazione distrugge un indotto che non si vede, ma che è necessariamente migliore perché su base volontaria. Perché allora ci si ostina ad aumentare spesa statale e prelievo fiscale, come con il moltiplicatore cantonale introdotto qualche mese fa sotto il nome di freno ai disavanzi? Semplicemente perché il vetraio e i suoi immediati clienti amano votare il politico che decide di tassare Bonhomme nel quadro di un programma pubblico di sostituzione delle finestre.

(Una versione ridotta di questo testo è stata pubblica sul Giornale del Popolo)


1. [Frédéric Bastiat, Ciò che si vede e ciò che non si vede. E altri scritti, a cura di Nicola Iannello, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2005.]

2. [Solo tre giorni dopo l'attacco alle Torri Gemelle, sul New York Times il noto economista keynesiano Paul Krugman evidenziò qualche effetto positivo dell'azione terroristica quando scrisse che “la distruzione non è grande se paragonata alle dimensioni dell'economia, ma la ricostruzione genererà almeno un qualche aumento nella spesa” (Paul Krugman, “Reckonings. After the Horror”, The New York Times, 14 settembre 2001.]

Gennaio 2016

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