Il libero scambio per la pace

Robert Nef

Un mondo aperto e pluralista persegue l'interesse pubblico meglio di qualsivoglia governo globale.

La speranza che una qualsivoglia forma globalizzata di democrazia di massa possa favorire un'economia globale è un'illusione. In teoria, un'economia globalizzata potrebbe dipendere da un senso civico di cittadinanza mondiale, ma perché quest'ultimo emerga non è necessario avere un unico Stato per l'intera umanità. Da sempre le relazioni commerciali hanno luogo tra sistemi politici e morali molto diversi, a condizione che essi siano aperti e non tentino d'imporre un governo totalitario o un'egemonia mondiale. Il futuro può guidarci verso un maggior senso di cittadinanza universale e verso una maggiore volontà di tollerare il pluralismo, ma non ci sarà mai bisogno di uno Stato globale o di un governo mondiale.

L'attuale tendenza in favore della centralizzazione e dell'armonizzazione politiche è tanto pericolosa perché si diffonde generalmente come una “terapia preventiva” contro ogni concentrazione economica. Tuttavia, nei fatti, queste due tendenze centralizzanti sono legate in un circolo vizioso. Dato che un sistema politico globalizzato non avrebbe più bisogno di confrontarsi e competere con altri sistemi, un'alleanza tra le potenze politiche ed economiche del momento verrebbe inevitabilmente a cristallizzarsi. Non vi sarebbero più spazi oppure nicchie all'interno dei quali possano essere sperimentati altri metodi e altri sistemi, e dove nuovi arrivati possano tentare la fortuna.

Un ordine mondiale pluralista fondato su molti e diversi sistemi politici che si fanno concorrenza in modo pacifico è invece più robusto, meno incline all'errore e meglio disposto ad apprendere di quanto non lo sia un'enorme organizzazione centralizzata. È certo che questo non esclude la possibilità di esiti imperfetti e conflitti irrisolvibili tra le piccole entità che compongono un tale ordine mondiale diversificato. Questa possibilità deve dunque venire ridotta al minimo attraverso altri metodi.

Tuttavia, in un tale ordine mondiale non centralizzato i grandi interessi economici non hanno potere in quanto tali. Chi infatti può obbligare un individuo, un potenziale cliente, a comperare un prodotto o un servizio particolare? Se a qualcuno non piace la Coca-Cola, l'azienda globale Coca-Cola non ha alcun potere su di lui; se una persona preferisce non comperare un'automobile, l'insieme delle lobby automobilistiche non può che prendere atto della cosa; coloro che non vogliono essere assicurati contro questo o quel rischio sono liberi di dire di “no” anche al più insistente degli agenti di vendita. Le persone possono disdire i loro abbonamenti a giornali e riviste, possono cambiare il canale della televisione, spegnerlo completamente o rinunciare a possederne uno. Ma attraverso imposte, sistemi di rendita e monopoli, lo Stato costringe i cittadini a spendere una larga parte dei loro redditi in base alla sua volontà collettiva. Il fatto che, in una democrazia, ciascun cittadino disponga di un voto (malgrado si trovi troppo spesso in minoranza!) è una magra consolazione, ma è meglio di niente. La possibilità di emigrare se necessaria è forse più rassicurante. Ma dove potremmo emigrare se ci fosse solamente un governo mondiale?

Le riserve formulate nei confronti della tendenza verso la centralizzazione sono certamente giustificate. Ma lo scetticismo è giustificato innanzitutto dinanzi al potere politico, che può distribuire favori e stabilire monopoli.

Quanto alla pace del mondo, è proprio vero che essa può realizzarsi solo al prezzo di un governo politico centrale che garantirebbe la sicurezza e interverrebbe contro tutti i “disturbatori”, in modo da mantenere o restaurare un ordine globale e salvaguardare il sistema mondiale di cui si vuole garante? È evidente il pericolo che una tale pace mondiale garantita in maniera imperiale e un tale sistema globale gestito in modo centralizzato produrrebbero molti più problemi di sicurezza di quanti ne risolverebbero. Anche un governo mondiale, in effetti, potrebbe commettere errori e i suoi sbagli sarebbero ben più pericolosi dato che il suo potere mondiale lo libererebbe da qualunque genere di concorrenza e pure dalla necessità di cercare le soluzioni migliori e più soddisfacenti ai principali problemi, questo a causa della sua pretesa di un monopolio globale della “verità”.

Ciò che è produttivo a lungo termine e contribuisce maggiormente all'interesse pubblico, proteggendo i diritti umani, non può venire determinato da un diktat autoritario o da un decreto statale. Al contrario, un tale esito non può che emergere attraverso un processo aperto di scambi globali tra un ampio ventaglio di approcci diversi — e questo non solo sul mercato dei beni e dei servizi, ma anche sul piano delle idee, dei valori etici e dei sistemi fiscali e politici.

Ecco perché un ordine globale efficace deve basarsi sulla pacifica concorrenza tra i più differenti modelli e sistemi. Dovremmo trattenerci dal definire un'autorità politica globale ultima che disponga del potere di imporre al mondo, per mezzo di una vasta organizzazione burocratica e militare, ciò che essa definisce sia giusto.

Quale fondamento della prosperità globale, di conseguenza, il libero scambio è superiore tanto a una pace imposta in maniera imperiale da un superpotere quanto a un diktat intervenzionista imposto dai commissari di un'agenzia centrale avente il controllo delle risorse mondiali. Com'è stato dimostrato a più riprese attraverso l'esperienza dall'Europa e dalla Svizzera, un largo ventaglio di idee non è una debolezza, ma il segno di una cultura viva e indipendente.

Traduzione di David Anzalone.

Novembre 2015

wirtschaftliche-freiheit category logo