L'imperativo di contrastare il Grande Fratello

Philippe Nemo

La tecnologia dovrebbe essere al servizio della società e non uno strumento di controllo e di repressione.

Da qualche anno il progresso dell'informatica e dell'elettronica ha creato una situazione totalmente inedita nella storia delle società sviluppate. Ha avuto luogo una “rivoluzione di velluto” che ha singolarmente eliminato le libertà pubbliche.

Grazie ai potenti mezzi combinati dell'informatica e della tecnologia audiovisiva siamo ormai tracciati da una moltitudine di uffici pubblici e privati. Tutte le attività della nostra vita personale e professionale, quasi senza eccezione (acquisti, vendite, spese di vario tipo, spostamenti in treno, in macchina e in aereo, presenza nelle strade, davanti a negozi o edifici di vario genere, salite negli ascensori e discese nei parcheggi, comunicazioni telefoniche, e-mail, prelevamenti di contanti, movimenti bancari, ecc.), sono registrate, immagazzinate ed elaborate a fini diversi da terzi a noi sconosciuti.

Senza dubbio questa inquisizione generalizzata non è stata il frutto dei piani machiavellici di nessuno. L'informatica non è stata altro che un modo migliore di soddisfare alcuni bisogni classici, come quello delle imprese di comunicare con i mercati e quello delle polizie di controllare la delinquenza o il terrorismo. Ciononostante, qualunque siano stati i motivi, è cruciale comprendere che questa inquisizione fa pesare sulle nostre società un pericolo mortale. Se il progetto del Grande Fratello di sorvegliare tutte le attività e perfino i pensieri dei cittadini era coerente con le ideologie socialiste e fasciste che hanno ispirato i totalitarismi del ventesimo secolo, esso è strettamente incompatibile con la logica sistemica profonda delle società liberali moderne.

Sappiamo oggi che le società ricche e dinamiche sono tali perché permettono agli individui di agire secondo la propria volontà, utilizzare le informazioni di cui dispongono, intraprendere liberamente iniziative intellettuali o economiche, di praticare il libero scambio dei beni e servizi. Tutto ciò presuppone che essi abbiano qualcosa di originale da proporre ai propri concittadini, il che implica a sua volta che dispongano di uno spazio privato e protetto nel quale le idee e i progetti possano germogliare e prendere forma al riparo dallo sguardo, dal rimprovero o dall'imitazione altrui. Soltanto l'esistenza di una sfera privata permette la diversità sociale, sorgente di ottimizzazione della prosperità collettiva. Se, al contrario, ciascuno è collegato a tutti e tutti sono collegati al Grande Fratello (sia esso uno Stato o una grande compagnia commerciale globalizzata), ciò, ben lungi dal formare una migliore armonia fra i cittadini, favorirà l'emergere di una diffidenza generalizzata di tutti verso tutti, di un prosciugamento mortale dell'inventività e di un agghiacciante conformismo.

Dobbiamo interrompere questa riduzione delle nostre libertà che non è mai stata autorizzata da un qualsivoglia voto democratico. Ricordiamoci che le libertà attuali sono il frutto delle iniziative costituzionali e giuridiche intraprese nel diciottesimo e diciannovesimo secolo dai principali Paesi occidentali, che hanno messo fine alle pratiche dei vecchi regimi totalitari nei quali le polizie segrete violavano senza pudore il segreto della corrispondenza. In quell'epoca sono stati istituiti i paletti costituzionali e giuridici che permettono di proteggere efficacemente le libertà individuali: segreto assoluto della corrispondenza, segreto d'impresa e segreto bancario, divieto di violazione di domicilio, o, in un altro campo, l'introduzione delle cabine nei seggi elettorali… Questi sono paletti che poco a poco sono stati privati dei loro effetti a causa delle nuove tecnologie. È sufficiente mettere a punto nuovi strumenti giuridici adattati ad esse.

Il cantiere è vasto e complesso. Tutti i personaggi politici, i costituzionalisti e i giuristi responsabili devono darsi da fare per portare a termine questo cantiere. Possiamo già da ora indicare alcune piste da seguire. Bisogna semplicemente vietare a qualsiasi organismo, sia esso pubblico o privato, di immagazzinare i dati di qualcuno senza l'autorizzazione esplicita, scritta, da parte di quest'ultimo, sulla base della fiducia in una dichiarazione, presentata dall'organismo in questione, riguardante gli scopi che esso persegue attraverso lo sfruttamento di questa informazione. Bisogna inoltre vietare tutte le interconnessioni tra i file. Per quanto riguarda la sorveglianza dei delinquenti, è necessario che la polizia non possa agire che sotto un controllo giudiziario stretto e che sia anch'esso soggetto alle regole ordinarie del principio di pubblicità e del diritto alla difesa. Le imprese commerciali, le banche e gli operatori di telecomunicazione devono avere il diritto di rifiutare di comunicare i loro dati all'amministrazione, salvo, caso per caso, nel quadro di una procedura giudiziaria doverosamente motivata. D'altronde, gli stessi progressi tecnologici che hanno reso possibile l'interconnessione generalizzata dovrebbero permettere, in futuro, di mettere a punto barriere tecniche che garantiscano la sicurezza nell'utilizzo dell'informatica. Non è altro che una questione di principi, di coscienza e di volontà.


Questo contributo è parte di una riflessione sul tema della trasparenza nelle nostre società avvenuta nel quadro di un seminario intitolato «Trasparence et libéralisme», che ha avuto luogo il 30 agosto 2014 alla Maison Helvétienne a Berna, con la partecipazione dell'Istituto Liberale. Questo articolo è stato inoltre pubblicato nel quotidiano romando Le Temps.

Traduzione di David Anzalone.

Marzo 2016

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