L’iniziativa volta a ridurre il numero dei dipendenti cantonali è da approvarsi per vari motivi. Innanzi tutto è urgente ridurre la spesa pubblica, la quale genera un prelievo tributario sempre più pesante. Sottrarre meno soldi alle famiglie significa rispettare la società nel suo insieme e ricordare che le istituzioni sono al servizio della cittadinanza, e non già il contrario.
In questo senso, non vi sono solo ragioni economiche a spingere in tale direzione, perché ancor prima abbiamo esigenze di giustizia che devono indurci a ridurre l’esproprio fiscale. Quanti si oppongono ai tagli all’impiego pubblico paventano rischi di disservizi: ad esempio nella sanità oppure nell’istruzione. La realtà è assai diversa, anche perché non vi è apparato pubblico che non possa essere ridimensionato, eliminando sprechi e attività inutili.
Per giunta è bene essere consapevoli che ogni burocrazia statale tende a essere “autoreferenziale”; in poche parole, rischia di dimenticare le ragioni per cui è stata creata, diventando essa stessa il fine ultimo. Non bastasse questo, il più influente economista del secolo scorso (John Maynard Keynes) ha offerto pure una qualche legittimazione a quei lavori pubblici che producono solo posti di lavoro: la sua idea è che quei lavoratori di Stato, spendendo i loro stipendi, avrebbero contribuito ad alimentare l’economia. È un sofisma, ma ebbe un grande successo.
La funzione pubblica grava sulle spalle di chi lavora anche se, in talune circostanze, non offre servizi utili. Non bastasse tutto ciò sono più di cinquant’anni che vi sono studiosi che sottolineano come la burocrazia da “serva” si sia fatta “padrona”, e come in tante circostanze l’apparato tecnico-amministrativo sia in condizione di decidere al posto degli eletti.
C’è pure una questione politica che è bene avere presente. Quando vari decenni fa – suscitando reazioni scomposte – lo scienziato politico comasco Gianfranco Miglio propose di togliere il voto ai dipendenti pubblici. Quella sua provocazione nasceva dalla constatazione che ogni persona che “vive di Stato” non può essere neutrale ed equilibrata di fronte a questa o quella opzione ideologica: specie se si tratta di mettere in discussione la fonte stessa dei suoi redditi. Detto in termini molto semplici, ogni nuova assunzione da parte del settore pubblico è quasi un voto in più per i partiti favorevoli all’espansione della spesa pubblica.
Le situazioni in cui si manifesta un conflitto di interessi sono numerose, ma una di queste è proprio quella che vede riunita in una sola persona l’elettore e l’impiegato statale. Un Ticino in cui circa il 20% delle famiglie abbia entrate pubbliche (in senso lato) è una realtà in cui qualsiasi confronto tra la visione liberale e quella socialista vede la seconda partire già con un ampio vantaggio. È importante allora che il contenimento delle assunzioni avvenga a ogni livello: federale, cantonale, comunale e parastatale.
Per di più, nel condurre questa battaglia sul tetto dell’1,3% della popolazione del Ticino bisogna essere consapevoli che una simile iniziativa va inserita entro una strategia più ampia, che affranchi dal monopolio pubblico una serie di settori. Nessuno vuole meno istruzione o un’istruzione peggiore; nessuno vuole meno sanità o una sanità peggiore. Quello che si deve cercare di ottenere, però, è che cambino in profondità anche i settori che oggi sono sottratti alla concorrenza e alla libera scelta. Per dirigersi nella direzione di un Ticino più aperto e più competitivo bisogna allora vincere una serie di pregiudizi e superare abitudini consolidate. Chi è nato e vissuto in un mondo in cui le scuole sono per lo più statali può ritenere che formazione e istruzione siano, per loro natura, da affidare ad apparati burocratici.
Bisogna allora condurre cruciali battaglie culturali, da un lato, e trovare sempre più spazi per quelle esperienze alternative che devono nascere e affermarsi. Mettere al centro la persona umana significa valorizzare le potenzialità innovative, imprenditoriali e creative delle nuove generazioni, che non devono trovare barriere di fronte a loro e non devono rinunciare ai loro progetti solo perché persistono consolidati monopoli statali.
Nulla è più persuasivo di esperienze efficaci che si mettono al servizio del prossimo. Se prima di Amazon qualcuno poteva ritenere che solo gli apparati statali potessero gestire con efficienza la consegna dei pacchi, oggi non è più così. E lo stesso può valere per qualsiasi ambito.
(Articolo originariamente pubblicato su Il Mattino della Domenica, 17 maggio 2026.)



