Ad Olimpiadi terminate, per ogni nazione è tempo di bilanci

Paolo Pamini

Cosa sarebbero i Giochi olimpici se fossero organizzati nel rispetto del principio delle pari opportunità?

L'idea che lo Stato debba promuovere pari opportunità tra i suoi cittadini è oggi data per scontata anche da molti politici che si credono convinti liberali. Le diverse situazioni di partenza tra le persone andrebbero livellate a suon di tassazione, sussidi e regolamentazione, così che il successo personale di ognuno dipenda solo dal suo impegno e sforzo personale e non da vantaggi acquisiti in partenza, poco importa se grazie ai sacrifici dei genitori per offrire un futuro migliore ai propri figli.

Le Olimpiadi sono un buon esempio per comprendere i meccanismi della giustizia sociale perché si può ragionevolmente supporre che gli atleti diano il massimo di sé; si pensi solo alle dure selezioni per accedere ai Giochi. Pertanto, le differenze sistematiche nei risultati che anche quest'anno abbiamo potuto osservare non possono che essere la manifestazione dell'assenza di pari opportunità di partenza. Come altrimenti spiegare che nessuno sportivo di colore vinca nel nuoto, quasi nessun bianco nello scatto, che i migliori fondisti siano tipicamente kenioti e eritrei, o che i migliori atleti in corpo libero siano asiatici o bianchi? Perché i discendenti di Indios, aborigeni australiani e Inuit non possono vincere come tutti?

La prima causa di disparità ipotizzabile sono le risorse economiche in ogni Stato del mondo. A parità di bravura, un atleta tailandese sarà maggiormente sostenuto di uno cambogiano. Le pari opportunità nelle Olimpiadi implicherebbero una penalizzazione degli atleti dei paesi ricchi e dei favoritismi verso quelli dei paesi poveri. La giustizia sociale richiede necessariamente disparità di trattamento. Risolte le disparità economiche, rimarrebbero quelle di altro genere, come le palesi differenze fisiche tra razze umane, che per esempio fanno sì che la potenza corporea di uno scattista di origini centroafricane (anche se trapiantato negli USA o in Jamaica) sistematicamente superi quella di un bianco o di un asiatico. E che dire dei Pigmei che non potranno mai pretendere di competere nel basket?

Una competizione olimpica, se ben riequilibrata secondo i criteri della giustizia sociale attraverso meccanismi di varia natura (pesi alle caviglie degli agili, partenze anticipate dei lenti), dovrebbe far sì che il vincitore sia chi veramente lo merita, ovvero chi si è impegnato di più. Il che alla luce di quanto sopra significherebbe in sostanza una serie di vittorie casuali a seconda di chi quel giorno si è alzato col piede sbagliato. Immaginiamo la perdita di motivazione degli sportivi, castrati i migliori e dopati artificialmente gli altri. Guardare le Olimpiadi equivarrebbe a seguire i giocatori d'azzardo di un casinò.

Quale perciò l'alternativa al principio delle pari opportunità? La specializzazione individuale e la divisione del lavoro portano a risultati ben migliori e più armoniosi: in una squadra di calcio per esempio ognuno si specializza in un ruolo che si completa a vicenda. Una piccola e veloce persona giocherà in attacco, e una alta dai riflessi rapidi in porta.

Qualcuno amerà obiettare che lo sport è ben diverso dal mondo reale. Tuttavia, l'animo e l'agonismo con cui gli sportivi puntano ai propri obiettivi mal si distingue dalle ambizioni della dura vita quotidiana. Per di più, essendo lo sport un educatore di migliaia di giovani, a maggior ragione i sostenitori della giustizia sociale dovrebbero pretendere uno sport come descritto sopra.

In conclusione, sport in generale e Olimpiadi in particolare funzionano bene proprio perché non rispettano il principio delle pari opportunità, bensì quello del pari trattamento e delle regole uguali per tutti. In altre parole, i principi dello Stato di diritto e non quelli dello Stato sociale.

Agosto 2012

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